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La domenica pomeriggio la fila davanti a Coppelia non finisce più. Coppelia è la miglior gelateria dell'Avana e di tutta l'isola, e per i cubani mettersi in coda è un modo come un altro per fare amicizia. Dopo la domanda di rito ("quien es el último?"), mi accodo e non ci vuole molto perché la conversazione abbia inizio. Un ragazzo nero sfoggia un sorriso a 32 denti (un paio sono d'oro) e infila una dietro l'altra tutte le domande che fanno quando vogliono agganciare uno straniero: italiano? Di che città? Quando sei arrivato? Prima volta a Cuba? Hotel o casa particular? Poi ne fa una che mi spiazza: "Conosci la canzone A pagar allá di Manolin El Médico de la Salsa?". Mai sentita. Mi spiega che racconta di un giovane cubano abbandonato dalla sua bella che gli ha preferito un italiano e lui, per vendicarsi, le telefona con chiamata a carico del destinatario. Un'immagine ironica e amara, che fotografa una brutta realtà: una forma di turismo a sfondo sessuale di cui gli italiani sono protagonisti assoluti (seguono spagnoli, tedeschi e francesi). Non è prostituzione, ma qualcosa di più complesso, il cui fine è trovare una via di fuga da una realtà che sta diventando sempre più difficile, sia sotto l'aspetto delle libertà individuali (quasi ogni giorno il regime castrista inasprisce le regole del gioco), sia sotto l'aspetto economico: arrivare a fine mese è impossibile, 42 anni di bloqueo (embargo) americano hanno ridotto il popolo alla fame.

L'anno scorso circa tremila cubane hanno sposato uno straniero (duemila un italiano). Nel 50 per cento dei casi, dicono le statistiche, il matrimonio finisce entro il primo anno, nel 25 per cento si esaurisce entro il secondo, e nel rimanente 25 per cento resiste più a lungo. Numeri che fanno riflettere. "Facile per voi fare i moralisti, avete la pancia piena e la possibilità di andare dove volete", dicono i giovani avaneri. Loro non fanno più nemmeno finta di stare dalla parte del regime: in giro se ne vedono sempre di più con bandane e T-shirt a stelle e strisce, jeans e sneaker sono uno status-symbol.

Lo stipendio medio di un cubano è di otto dollari al mese, un chilo di carne non di prima scelta ne costa tre. Ciò spiega perché a L'Avana ci sono tutti questi jineteros e queste jineteras, "fantini" e "cavallerizze", concentrati nelle zone più battute dai turisti (lungo e attorno il Paseo del Prado, la Rampa, il Malecón). Prendono d'assalto gli stranieri con la speranza di ricavare qualche dollaro, oppure una camicia o una maglietta "firmata". Le ragazze cercano di vendere se stesse, mentre il campionario degli uomini è più vario: si va dalla proposta che a loro sembra più ovvia ("no te gusta la chica cubana?") al rón ai sigari, naturalmente a prezzi più bassi di quelli ufficiali. Sulla qualità non garantiamo. Poi c'è chi si dà da fare per procurarti un taxi, una camera in affitto in una casa particular, un ristorantino privato. Da quando sono state fatte le prime, timide aperture all'economia di mercato tutti cercano di ricavarne qualcosa, magari una piccola percentuale o un sacchetto di riso. Per un turista tutto ciò può diventare fastidioso, ma non preoccupatevi: di solito basta opporre un "no, gracias" deciso per liberarvi di questi scocciatori. La polizia poi è presente ovunque e un paio d'anni fa è stata varata una legge che proibisce ai cubani di conversare con gli stranieri, a meno che non possano provare una lunga e duratura amicizia. Le sanzioni sono pesanti, anche due anni di galera. In teoria la legge è stata fatta per eliminare la prostituzione e il fenomeno del jineterismo, ma in realtà viene applicata per impedire ai cubani di esprimere le proprie opinioni. Quelli più sgamati sanno che lo straniero conosce la situazione e allora vi avvicinano in due, uno più ciarliero, l'altro più riservato. Il più ciarliero dopo un po' dice che oggi è il compleanno di suo "fratello", e vorrebbe offrirgli da bere, ma non ha un soldo. "E poi stare qui per noi è pericoloso, in giro ci sono più poliziotti che persone. Se vogliamo continuare a parlare indisturbati è meglio andare in un posto più sicuro". Se ti lasci impietosire, ti accompagnano in un bar di loro conoscenza, "dove tutto costa poco", ordinano un moijto, lo bevono e ne ordinano un altro, e poi un altro ancora. Se non li fermi, vanno avanti, e il conto supera in fretta i 20-30 dollari, parte dei quali finiranno nelle loro tasche. Un piccolo imbroglio, insomma. Per difendersi dal quale è bene troncare subito il dialogo appena qualcuno pronuncia la parola "compleanno".
Ma non tutti i cubani sono così. Anche se molti per arrivare a fine mese sono costretti ad affinare l'arte di arrangiarsi, la maggior parte non rinuncia alla propria dignità. Per rendersene conto basta uscire dai circuiti classici del turismo. Un ottimo punto d'osservazione è il callejón de Hamel, un vicolo pedonale di Centro Avana, poco distante dal Malecón e di fianco al gigantesco Hospital Hermanos Amejeiras. Tutta l'area intorno è stata abbellita dai murales d'ispirazione afro-cubana realizzati da Salvador Gonzáles Escalona. Lì, ogni domenica a mezzogiorno, c'è una vivace peña de la rumba: fantastici musicisti e straordinari ballerini vanno avanti fino a pomeriggio inoltrato a proporre musiche (rumba, ma anche rap, jazz, salsa, timba) e danze ispirate alla santeria. In questo clima di festa emerge la parte migliore degli avaneri, quel loro animo allegro, gioioso, positivo... Qui al massimo ti propongono di acquistare i cd masterizzati dei gruppi che si avvicendano sulla scena: sono quasi sempre buoni, e a prezzi ragionevoli, e se qualcuno vuole parlare con te è perché ha voglia di conoscerti, non per rifilarti qualcosa. Dopo questa esperienza, torna la voglia di rituffarsi dentro L'Avana con un altro spirito, godendosela per quello che è, un vero e proprio museo a cielo aperto, in particolare la parte vecchia della città, un gioiello dell'epoca coloniale che si sta sgretolando: parecchi edifici sono stati restaturati perfettamente, ma secondo uno studio attendibile nei prossimi 10 anni 80 mila abitazioni sono destinate a crollare se non ci saranno interventi risolutivi. Il problema è che qui manca tutto, il bloqueo fa sentire i suoi effetti, e le cose sembrano essersi fermate agli anni Cinquanta.

Anche la maggior parte delle auto risale a quel periodo, tenute insieme con il filo di ferro e se ancora camminano è grazie all'abilità e alla pazienza di abilissimi meccanici. La pazienza è una virtù nazionale, la gente trascorre interi quarti d'ora in coda, per mangiare un gelato, per acquistare sei uova, per aspettare l'autobus. E quelle vecchie carcasse che farebbero la gioia di un collezionista sono sempre rotte: difficile camminare per 500 metri senza incontrare qualcuno che ripara la propria Oldsmobile o Chevrolet. E attenti ad attraversare la strada di corsa: se arriva un'auto mica frena. Non perché il pilota sia matto, ma perché i freni sono consumati.