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Arrivi
in riva al Danubio e credi di aver sbagliato posto. Tutti parlano
inglese, i turisti sbarcano in massa e i pub sono dedicati a Janis
Joplin. Altro che Mitteleuropa! Ma l'apparenza stavolta inganna. E la
nostalgia gioca scherzi strani. Molto strani Che a Budapest si parla
l'ungherese è una cosa che sai ancora prima di partire, ma di cui non
ti accorgi facilmente nei
primi giorni che sei in città. Con la tizia del change, all'aeroporto,
hai parlato inglese. Con il tassista anche. Due battute sul freddo senza
neve che non si decide a smettere.
Il portiere del Béke Radisson che si è impossessato della tua sacca,
il tizio alla reception, e poi fuori, l'edicolante, il venditore di
pannocchie tostate, la commessa del primo bar in cui sei entrato su Teréz
Koruth: tutti hanno inghiottito il loro jò napot kivanok per salutarti
con un internazionale hello. Ripeto, puoi stare giorni e giorni a zonzo
per la capitale dell'Ungheria, mangiare nei ristoranti, curiosare nei
peep show, chiedere informazioni in metropolitana, lasciarti avvicinare
dalle signorine dello struscio notturno chiamato Váci Utca, il tutto
come se fossi nel terminal x di un punto y della superficie terrestre.
Se ci sei venuto con l'idea di respirare un po' di Mitteleuropa resti
decisamente deluso. Poi però, ripensandoci, questa "familiarità
internazionale" aumenta l'estraneità del luogo. E la tua. Prendi
me, ad esempio.
La sensazione che ho vissuto nella Puszta, qualche mese fa, era
certamente di impatto più forte: la città di Szeged isolata in quella
pianura sterminata dalla terra nera come l'asfalto, i seghedini
timidissimi e monolingui, tutte quelle palatali e gutturali che facevano
da colonna sonora al mio spaesamento. Ma l'incomunicabilità era in
qualche modo già prevista e paradossalmente alla fine si è rivelata
quasi folcloristica. Qui invece il fatto che tutti mi capiscano e che
intorno a me non parlino la loro lingua mi ha colto proprio di sorpresa.
Insomma, vedermi immerso in una fantasmagoria di insegne e cartelloni
farciti di sz, rzs, cs, wtz, stv, eccetera, osservare l'eleganza
architettonica della Parigi dell'Est (questa l'ho copiata dalla guida) e
nello stesso tempo avere a che fare solo con gente che sembra
l'efficiente personale di volo di qualche compagnia davvero senza
frontiere, è un'esperienza che mi ha lasciato per un po' a bocca
aperta. In questi 12 anni postcomunisti Budapest è diventata una città
così turisticizzata da farti sentire a casa tua. E, se permettete,
sentirti a casa tua in mezzo al Danubio è una sensazione abbastanza
pazzesca. Per dimostrarmi che la questione è un pochino più
complicata, Imre mi dà appuntamento al Café Central (che ovviamente si
scrive Central Kávéház).
Imre è un redattore dell'Europa, la maggior casa editrice ungherese, e
il Café Central è il quartier generale della resistenza antituristica
budapestina, il solito posto dalle grandi vetrate, i tavolini di legno,
le lampade liberty, che i ragazzi con la scritta intellettuale sulla
fronte amano frequentare. Imre però è un intellettuale vero. Arriva
con la sua sacca di cuoio piena di libri da mostrarmi e mi dice subito:
"Non lasciarti ingannare da questo primo impatto. In realtà, al di
là dell'airport english, la gente è rimasta la stessa. Anzi questo è
solo un modo, il migliore, per ternervi lontano. Nelle ultime
generazioni è prevalso il pragmatismo: per tirarsi fuori
dall'isolamento del vecchio regime, un isolamento al quadrato se
consideri che nel panslavismo comunista noi siamo gli unici a parlare
una lingua ugro-finnica, bisognava agganciarsi al mercato, andare noi da
lui e portare lui da noi, interconnetterci, correggere un po' la vecchia
immagine dell'Impero Austro-Ungarico, con i cavalli, gli stivali, le
ballerine di csardas, attualizzarla con una Mitteleuropa forse meno
mitteleuropea, ma più vendibile. E noi l'abbiamo fatto.
E l'abbiamo fatto soprattutto dov'era più facile e dove conveniva, cioè
a Budapest. Detto questo, l'ungherese che sta sotto la divisa del
Sistema Globale è un uomo, o una donna, maledettamente attaccato alle
tradizioni, orgoglioso della propria storia, sempre un pochino rancoroso
nei confronti di tutti gli stranieri che stanno meglio di lui e molto,
molto ostile con russi e rumeni. L'apparente comunicabilità che
percepisci a Budapest è quindi solo una strategia per non farti entrare
in contatto con la città vera, per non farti arrivare all'umore e ai
sentimenti dei suoi cittadini". Parla proprio così Imre. Queste
parole le ho sbobbinate dal mio registratorino. L'italiano è solo una
delle 6 lingue che conosce. Anche il posto contribuisce alla sua
franchezza. Nessuno qui ti consiglia la specialità della casa. Nessuno
ti suona il violino. Puoi bere la tua birra immaginando di non essere un
turista, credendo di essere arrivato finalmente in Ungheria. Ci sarebbe
da esplorare poi tutto il versante Ilona Staller, Eva Henger, eccetera.
Ed è un peccato non approfittare di un interlocutore così schietto
e preparato. Insomma, come sono le ragazze ungheresi? In che percentuale
è vera l'immagine che abbiamo di loro in occidente? La disinvoltura,
diciamo pure la disponibilità sessuale, siamo noi ad attribuirgliela o
si tratta di un aspetto oggettivo della loro determinazione? Io, ad
esempio, ho visto un sacco di belle ragazze finora, ma tutte musone.
"C'è ancora qualche italiano che arriva con i pacchi di
collant", mi dice ridendo Imre. "È per questo che ti sembrano
tutte musone. Loro sanno che circola questa convinzione tra i maschi che
vengono qui. Ma adesso le cose sono cambiate e questa convinzione è
sbagliata. Loro non sono più comprabili come le loro sorelle maggiori,
9/10 anni fa. Adesso hanno un lavoro, vivono in un paese che sentono
crescere e di cui sono orgogliose. Tenendoti il muso ti mettono in
guardia prima che ti vengano in mente strane cose. Non con me, turista.
È vero, alle volte per essere chiare tendono a esagerare un po'".
Sì, però le ragazze sulla Váci Utca ci sono.
Le vedo ogni sera rientrando in albergo. Sono bellissime, vestite
normali, in crocchi di 2 o 3. Non hanno l'aria delle puttane, ma non si
danno certo appuntamento lì per far 2 chiacchiere. A 4 gradi sotto
zero. E poi sono loro che avvicinano chi passa. Cortesi, discrete, è
come se ti chiedessero l'ora. "Vedi, è un po' complicato",
comincia Imre. "Buona parte di quelle ragazze non va con i clienti,
non accetterebbe neanche di parlare di clienti. In prevalenza quelle
sono studentesse, non sono professioniste, e spesso arrivano solo a
farsi offrire da bere. Hanno accordi con i club e prendono la
percentuale sugli avventori che riescono a trascinarci dentro. Sono
delle entraîneuse free-lance, più che delle prostitute. Il Club Seven,
il New Orleans, il Tropicana, il Dokk Backstage, ce ne sono tanti di
posti per questo genere di commercio, ma la prostituzione non c'entra.
Loro ti ci portano, poi, se magari gli piaci, e paghi bene, può
succedere, non so". Imre è chiaramente scocciato di quanto ci si
dilunghi in questi discorsi. Lui è venuto qui per mostrarmi le novità
della sua casa editrice. E così farà nella mezz'ora successiva. Quando
ci salutiamo però, capendo che l'argomento Váci Utca mi sta a cuore,
mi dice dove potrei incontrare una sua amica, una free-lance di cui
sopra, in grado di fornirmi tutti i particolari che desidero. Eszther
cammina a braccetto con un'altra ragazza davanti alle vetrine della
Citibank sull'incrocio tra la Váci Utca e il Kossuth Rakoczí. Quando
mi avvicino, vedendomi accompagnato da Anna non capisce, probabilmente
pensa che vogliamo cose multiple, un po' complicate, eccetera. La
tranquillizzo, faccio il nome di Imre, le dico che intendiamo solo
parlare, che se vuole può portare anche la sua amica. Offriamo da bere
anche a lei? Sì, offriamo da bere anche a lei.
Nessun problema, allora. E ci guidano a quello che è evidentemente il
loro locale di riferimento, il Jazz Garden. Dentro, anzi, sotto, una
band di 4 elementi più una cantante bionda esegue pezzi dal repertorio
classico, neanche male, mi sembra. I tavolini sono quasi tutti occupati,
quasi tutti da italiani sui 40 con il secchiello del ghiaccio da una
parte e una ragazza dall'altra. Live music every night, 5 artisti, 3
camerieri in sala: questo locale ha grossi costi di mantenimento. Mihaly,
l'amica di Eszther, chiede se va bene champagne. "Va bene
champagne? Sono solo 20.000 fiorini", dice Eszther. Cazzo, 80 euro,
penso io, e poi dico va bene. Eszther e Mihaly sono entrambe bionde,
Anna dice tinte, ma secondo me si sbaglia, ed entrambe fanno il
penultimo anno di università, lingua e letteratura italiana. Ecco che
di colpo mi appare tutto chiaro. Perché mai dovrebbero studiare
italiano, queste ragazze? Ma per venire in Italia, naturalmente. Per
trovare un posto come interprete o traduttrice, per farsi assumere in
qualche corpo diplomatico, al limite anche solo per lavorare in un
import-export e comunque trionfare in Eurolandia. Ecco che cosa vogliono
queste ragazze: raggiungere l'occidente preparate.
L'italiano è un modo per conoscere la società, le abitudini, la vita
dell'Italia di oggi, sapere che cosa va e che cosa non va adesso,
insomma, un modo per non restare indietro. Se conosci l'italiano hai
un'arma in più per non farti risucchiare dal florido porno ungherese,
puoi permetterti di arrivare da noi in un modo diverso da quello di Eva
Henger. È o non è così? Le 2 ragazze mi guardano un po' interdette.
Poi Eszther risponde: "Veramente noi da qui non ci vogliamo
muovere. A Budapest si sta benissimo.
Io studio l'italiano
perché mi piace Dante e continuerò a lavorare su materiali antichi anche
dopo la laurea. Anche Mihaly spera nella carriera universitaria, vero?".
Mihaly guarda preoccupata la bottiglia di champagne ancora troppo piena.
Intanto fa sì con la testa. Le prime 3 ore in città Qualche consiglio
utile per non trovarvi mai in difficoltà a Budapest.
Neppure per un momento Come
si arriva in centro Il Ferihegy Airport 2 (tel. 2969696), dove atterrano
tutti i voli passeggeri, si trova 24 km a est del centro. Ci sono 2
terminal, A e B. Per raggiungere Budapest c'è il Centrum Minibus che
arriva in Erzsébet tér, vicino alla stazione del metro di Déak tér:
una corsa ogni 30 minuti dalle 5,30 alle 22, il viaggio dura circa
mezz'ora e il biglietto costa 800 fiorini. Spendendo un po' di più
(1.800 Ft, 3.300 a/r) potete utilizzare l'Airport Minibus che vi porta
direttamente in albergo. Il mezzo più economico, ma anche il più
scomodo, è l'autobus: per 100 Ft vi conduce alla stazione del metro di
Kobánya-Kispest . Infine, i taxi: attenzione a non farvi fregare, il
prezzo massimo per raggiungere Pest è 5.200 Ft, per Buda 5.600 Ft.
Evitate gli abusivi: pretendono anche più di 10 mila Ft.
Per
"cambiare" Al terminal A e al terminal B ci sono uffici di
cambio (il primo non chiede commisioni, il secondo pretende 1 dollaro).
In città, oltre che in banca, potete rivolgervi a uno dei numerosi
uffici di cambio: molti rimangono aperti fino a tardi. Occhio al tasso
applicato: da un posto all'altro può variare anche del 3/4 per cento.
Un e
equivale a 235/245 Ft. Per telefonare Per chiamare dall'Italia
bisogna comporre lo 0036, seguito dal prefisso
locale (1) e dal numero dell'utente. Per chiamare in Italia, digitare il
prefisso internazionale (0039) + il prefisso locale con lo 0 (senza nel
caso dei cellulari) + il numero dell'abbonato.
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