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Un
buon posto per iniziare a conoscere Miami è Hi-Vong, un ristorantino
abbastanza squallido. Salvo poi scoprire che qui preparano il miglior
cibo vietnamita di tutti gli States. Per entrare bisogna mettersi in
coda: arrivi, scrivi il tuo nome su un foglietto e aspetti che ti
chiamino. Per ingannare il tempo fai conversazione con chi è in attesa.
Ric ardo, ingegnere colombiano arrivato a Miami nove anni fa con moglie e
figlio, è stupito di vedermi qui. È raro che dei turisti si
avventurino fino a Little Havana di sera, di solito non si muovono da
South Beach, che qui tutti chiamano semplicemente "il
Beach", o "SoBe", un po' per comodità, un po'
perché fa figo.
Ricardo è davvero sorpreso quando gli racconto che in pratica sotto
ogni palma del Lummus Park, quello che fa da cuscinetto tra la mitica
Ocean Drive e l'altrettanto mitica spiaggia di sabbia bianca, c'è un
homeless. Lui se la passa bene (abita a Key Biscayne, uno dei
quartieri residenziali più chic) e al Beach non ci va mai: troppi
turisti, troppo casino, troppo esibizionismo.
Perché di Miami ce ne sono tante: il volto più noto è senz'altro South Beach, ma ci sono anche le isole dei miliardari (Star Island,
dove abita Gloria Estefan; Palm, più nota come l'isola di
Al Capone; Hibiscus; Venetian). Poi ci sono i grattacieli di
Downtown, zona desolatamente deserta dopo la chiusura degli uffici.
Coral Gables con le sue mega-ville. Coconut Grove e Key Biscayne, altri
quartieri prediletti dai ricchi & famosi.

A fare da contraltare, Liberty City e Little Haiti : meglio non
avventurarsi da quelle parti, ci si va a proprio rischio e pericolo.
Invece Little Havana è più sicura e, specie di giorno, attrae parecchi
turisti, curiosi di vedere come vivono le centinaia di migliaia di
cubani che lì hanno trovato rifugio.
Finito di cenare da Hi-Vong, vado a prendere un "cortido" e un
dessert dall'altra parte della strada, cento metri più avanti: siamo
sulla SW 8th Street, che qui tutti chiamano Calle Ocho, il cuore di
Little Havana. Versailles, oltre a essere il ristorante cubano per
eccellenza, è un punto di ritrovo degli esuli: da queste parti Cuba
Libre non è un cocktail e l'uomo più odiato si chiama Fidel. Ad
ascoltare i loro discorsi, sembra che "tutto" debba succedere
domani: per alcuni, è da 40 anni che va avanti così. E i figli, nati e
cresciuti in America, parlano spagnolo e non sono disposti a rinunciare
nemmeno a un grammo dello loro hispanidad. Del resto Miami è una specie
di Eldorado per gli ispanici, che rappresentano il 63 per cento della
popolazione. La lingua più parlata è quella di Cervantes, alcuni
addirittura non si preoccupano nemmeno di imparare l'inglese, tutt'al più
comunicano in "spanglish". Qualche negozio espone cartelli su
cui si legge "Yes, we speak english"; e i prodotti più
venduti sono i sigari di manifattura artigianale, il rum, tutto ciò che
è legato ai riti della Santeria e le guayaberas, le tipiche camicie
cubane.
Nel tentativo di non adbicare completamente, lasciando la città in mano
ai latinos, i Wasp provano strategie inusuali per un popolo il cui unico
credo è il dio-dollaro. Ad esempio organizzano corsi gratuiti per chi
vuole imparare l'inglese. Ma sembra che non siano presi d'assalto. Così
il mood ispanico avanza. Il prestigioso Miami Herald ha un'edizione in
spagnolo (El Nuevo Herald), che è molto più frizzante di quella
americana. Non la leggono solo i cubani, ma i salvadoregni, i
colombiani, i cileni. E ci sono anche una marea di brasiliani e
haitiani. Miami è un osservatorio fantastico per capire come vanno le
cose nell'America Latina. Ad esempio, fino a un anno fa gli unici
argentini che incontravi erano molto facoltosi e avevano al seguito
camerieri e baby sitter. Ora ce ne sono molti di più, e sono loro che
si adattano a fare i camerieri, le baby e persino i dog sitter. Che da
queste parti è un mestiere molto richiesto, perché tutti vogliono
avere un bell'animaletto con tanto di pedigrée, però i bisognini non
hanno voglia di raccoglierli: non fa chic!
In giro s'incontrano anche parecchi europei, mica solo turisti. La
comunità italiana è tra le più numerose: a partire dall'inizio degli
anni Novanta si calcola che ne siano arrivati 32.000. Molti si sono
insediati al Beach, occupandosi prevalentemente di ristorazione,
ospitalità alberghiera e moda. È risaputo che se l'Art Déco District
è rinato è anche grazie all'ostinazione di Gianni Versace, che negli
anni Ottanta vi stabilì il suo quartiere generale, trascinandosi dietro
stormi di fotografi, fashion editor, modelle. Fino a quel momento
quell'area di 2,5 km quadrati, al cui interno ci sono circa 800 edifici
in stile art déco oggi spendidamente ristrutturati, era in forte
declino.
Adesso SoBe è
tornato agli spendori degli anni Trenta e Quaranta. Specie lungo Ocean
Drive è un po' come stare sul set di un film, ci sono personaggi d'ogni
tipo. Ai più sfortunati, gli homeless, abbiamo già accennato e sul
considerevole aumento del loro numero ci sono due teorie. I conservatori
sostengono che sia una conseguenza dell'11 settembre. I progressisti danno
la colpa alle strategie economiche di George W. Entrambi, cinicamente,
concordano sul fatto che Miami è una buona opzione per essere homeless:
col clima che c'è, dormire per strada non è poi così tragico, dicono.
Del resto da queste parti l'unica "politica" che interessa
davvero è apparire, mettersi in mostra, vivere il famoso quarto d'ora di
popolarità teorizzato da Andy Wharol. Poco importa se tra i protagonisti
di questo film che non ha mai fine ci sono altri personaggi non proprio
glamourous, ad esempio le decine di cubane che passano la notte ad andare
su e giù per Ocean Drive con la loro scatola dei sigari; o quelle che
stazionano davanti ai ristoranti più noti con un enorme serpente attorno
al collo e per pochi dollari si fanno fotografare assieme ai turisti.

Poi ci sono i palestrati, le modelle (la più alta concentrazione al mondo
tra top e wannabe), aspiranti attori e attrici che "per il
momento" fanno i camerieri, donne rifatte da capo a piedi, mulatte
fantastiche più nude che vestite, giornalisti, fotografi, stilisti,
perditempo, miliardari autentici e autentiche sole, buttadentro, P.R.,
coatti in trasferta. E un esercito di gay: da quando hanno scoperto che
hanno grandi disponibilità economiche (non avendo una famiglia né figli,
spendono molto per la cura del corpo e in divertimenti, spiegano i
sociologi), Miami è diventata una città "gay friendly" e chi
lo è si dichiara con orgoglio. Ovunque sventolano bandiere arcobaleno,
che qui non vogliono dire "pace" ma sono il vessillo della
comunità omosex. Intanto, nonostante il crollo del turismo (questo sì
dovuto all'11 settembre), la città sembra un grande cantiere: il
consiglio comunale ha appena dato l'ok a un progetto da 40 milioni di
dollari firmato dall'architetto
Frank Gehry (quello del Guggenheim Museum) per costruire la nuova sede
della New World Symphony Orchestra sulla sponda della Biscayne Bay;
nella parte bassa del Beach stanno tirando su altri grattacieli e su Ocean
Drive nei prossimi mesi inaugureranno nuovi hotel e residence (The Carlyle,
Victor, Adrian). Come dire che Miami fa di tutto per rinnovare il proprio
mito, cercando di conservare la palma della città più cool d'America. |