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La "botta" dell'11 settembre è stata forte. E Ground Zero con 3,6 milioni di "turisti" in meno di un anno fà concorrenza al Metropolitan Museum. La Grande Mela è cambiata? Sì, ma certe cose non cambieranno mai...

Che qualcosa sia cambiato lo capisci già all'aeroporto. La fila per arrivare al controllo passaporti è più lunga del solito e il poliziotto vuole sapere perché l'anno scorso sei venuto 2 volte negli Stati Uniti. Una risposta evasiva non è sufficiente, vuole sapere tutto nei particolari. Poi arrivi a Manhattan e percepisci che l'aria è pesante, non solo per il caldo afoso, ma perché New York e i newyorchesi hanno perso un po' della loro baldanza. Certo, siamo sempre nell'ombelico del mondo, ma nei gesti, negli sguardi, nei toni delle persone c'è meno arroganza rispetto a un anno fa. Alcuni accennano a un moto di gentilezza, c'è perfino chi ha voglia di comunicare con l'estraneo; il che ti fa capire quanto forte dev'essere stata la "botta" dell'11 settembre.

Passeggiando nelle strade adiacenti a quello che una volta era il World Trade Center (oggi e per sempre Ground Zero) ti prende un groppo alla gola, specie se è la prima volta che ci vai. È tutto un accavallarsi di sensazioni, nella mente scorrono immagini terribili, che nemmeno il più orripilante dei film horror potrebbe rendere in maniera efficace. Sulle palizzate che circondano la St. Paul's Chapel c'è una specie di memoriale per ricordare le 2.823 vittime. E sparsi qui e là ci sono altarini improvvisati per onorare i "bravest of the bravest", cioè i 343 pompieri e i 70 poliziotti morti. Poco più lontano gruppi di ragazzi ti domandano con un sorriso se vuoi che preghino per te. Ma tutt'intorno è anche un brulicare di bancarelle che smerciano ogni tipo di gadget. Cappellini e bandane con la bandiera a stelle e strisce, t-shirt con la classica scritta "I love NY", foto delle Torri Gemelle com'erano, foto delle Torri in fiamme, carta igienica con la faccia di bin Laden: sono già stati venduti rotoli per oltre 25 mila dollari. C'è anche chi si è inventato un mestiere, qualcuno si è trasformato in guida turistica: per un tour "completo" di 90 minuti chiedono $ 15.

Tra le migliaia di persone che affollano Church, Vesey, Fulton e Liberty Streets la commozione è genuina, la curiosità pure. Del resto questa è diventata una delle più visitate "attrazioni" turistiche: 3,6 milioni di persone in meno di un anno, roba da far concorrenza al glorioso Metropolitan Museum, che negli ultimi 12 mesi ha staccato 4,6 milioni di biglietti. Ma è sbagliato scandalizzarsi se attorno a Ground Zero c'è chi si è dato da fare per inventarsi un piccolo business. È un sistema per aiutare se stessi, ma anche la comunità. Perché l'attentato dell'11 settembre ha ingigantito una crisi economica già in atto. E da queste parti, si sa, è il dio-dollaro che muove tutto.

Spiega Stefano Spadoni, autore di Vado a vivere a New York e New York. Terrorismo e antrace (Bur/Rizzoli): «Se la Borsa va giù e l'economia non tira, l'intera comunità è coinvolta. Facciamo un esempio. Chi è ricco continuerà ad andare al ristorante, ma anziché scegliere una bottiglia pregiata ne ordinerà una di minor valore. Questo vuol dire che il cameriere riceverà una mancia più bassa e non potrà acquistare al figlio quelle Sneakers da 200 dollari che gli aveva promesso. Il problema riguarda anche chi quelle scarpe le fabbrica, le distribuisce e le vende».

Ristoranti, bar e club della Grande Mela in effetti sono in crisi. Non tutti, naturalmente. Però capita di entrare in locali dove fino a qualche tempo fa non ti avrebbero messo nemmeno in lista d'attesa e vedere che metà dei tavoli è vuota. Anche nei ritrovi cool molto dipende dalla sera: un giorno c'è la coda per entrare e il giorno dopo non c'è nessuno. Ma come, i sociologi non avevano detto che dopo l'11 settembre la gente aveva più voglia di stare insieme, di socializzare? A ben guardare hanno ragione, infatti i ristoranti che attirano di più sono quelli latini (colorati, divertenti, rumorosi). La gente va più volentieri anche nei bar e nei lounge: con un cocktail in mano e senza essere assordati dalla musica techno, è più facile chiacchierare e fare nuove conoscenze.

In ogni caso il visitatore che non voglia passare da sprovveduto deve sapere che, fatte salve poche eccezioni, Midtown è terribilmente out: è qui che si riversano i turisti da pacchetto "tutto incluso" e decine di migliaia di impiegati che alle 5 della sera tornano nei sobborghi in cui abitano. Meglio la zona sotto la 23rd Street e meglio ancora, soprattutto di notte, Brooklyn, la nuova mecca del divertimento e della cultura: è a Williamsburg che si trovano gli atelier dei giovani artisti più interessanti.
«Fino a poco tempo fa», dice Eva Zanardi, una delle regine delle notti newyorchesi, «usavamo l'espressione "tunnel & bridge people" per definire il pubblico un po' cafone che prendeva d'assalto Manhattan durante il fine settimana. Ora se ami la creatività e vuoi incontrare tipi davvero originali devi andare a Brooklyn in club come Luxx, Halcyon e Galapagos».
A ben guardare anche questa rivoluzione geografico-culturale basa le sue fondamenta nell'eco stante la crisi, i prezzi a Manhattan continuano a salire. Spiega Paul Auster, che ha appena pubblicato per Einaudi il saggio L'arte della fame: «Tutti sanno che cosa è successo in questi ultimi anni al mercato immobiliare di New York. I prezzi delle case hanno superato limiti ritenuti impossibili fino a pochi anni fa. Anch'io, che sono un orgoglioso proprietario, se dovessi comprare la stessa casa oggi, non potrei più permettermelo. Per molti altri gli aumenti hanno segnato la differenza tra avere un posto dove vivere e non averlo».

Ecco perché ci sono sempre più homeless. La storia del Carlton House è esemplare: fino a poco tempo fa le 337 stanze di questo albergo nei pressi del JFK Airport erano quasi sempre piene. Ora hanno deciso di chiuderlo, ed è stato occupato da 80 famiglie di homeless. Cresce ogni giorno il numero di persone con redditi bassi che non ce la fanno più a sostenere i prezzi di Manhattan e quindi attraversano uno dei famosi ponti alla ricerca di un appartamento o di un loft dal prezzo più ragionevole. Molti di loro sono studenti o giovani artisti, questo spiega il proliferare di atelier, bar e club d'avanguardia, che hanno reso di gran moda l'espressione "night train to Brooklyn".

Chi invece non vuole muoversi da Manhattan, deve sapere che a New York è scoppiata la mania del party-hotel, cioè di quei luoghi dove furoreggia il cosiddetto "lobby socializing": ci si va per cenare, per bere, per farsi vedere o semplicemente per raccontare di esserci stati. L'arte di ciondolare nell'atrio degli alberghi più "in" con un cocktail in mano ("hopping-in-the-lobby", si dice) è uno degli sport preferiti dai newyorchesi più trendy.
Attualmente i ristoranti più cool sono il Town dello Chambers Hotel, il Thom del 60 Thompson e il Blue Fin del W Hotel di Times Square. Anche Britney Spears ha voluto dare il suo contributo per sostenere questa moda: a giugno ha aperto Nyla, ristorante con un menù cajun in onore della sua terra d'origine, la Louisiana, nell'iper-modaiolo Dylan Hotel. Per quanto riguarda i bar, invece, i più chic sono quelli degli hotel gemelli TriBeCa Grand e SoHo Grand, dell'Hudson Hotel, dei W Hotel di Union Square e di Lexington Avenue e del Mansfield. Sono tutte mete molto ambite dai nottambuli. Attenzione, però: entrare è quasi sempre un problema, a meno che non abbiate un santo in paradiso e non siate riusciti a fare inserire il proprio nome nella guest list... New York è cambiata, ma certe cose non cambieranno mai.